LA BAMBOLA ASSASSINA

Il cantante rapper Achille Lauro in versione bambola “Barbie” crocifisso su una croce fatta di chewing gum e caramelle, con stivaloni neri in latex e tatuaggi in bella vista, questa è l’immagine pubblicitaria che avrebbe dovuto apparire a Milano in Corso Como, ma che non ha ottenuto tuttavia le autorizzazioni comunali per l’affissione.

Il cantante però si è preso subito la sua rivincita sui social pubblicando ugualmente l’iconico poster e scrivendo "questa è l'immagine che avreste visto oggi nel maxi-cartellone di Corso Como a Milano, ma la pesante mano della censura delle pubbliche affissioni lo ha impedito. Io invece la regalo a tutti voi e come sempre me ne frego".

Obiettivo raggiunto.

Beccarsi una bella censura e apparire come vittima del sistema era esattamente quello che il rapper e il suo staff di autori e pubblicitari volevano e hanno ottenuto.

Lanciare il poster sui social accompagnandolo con la notizia della censura di regime è molto più mediatico e virale di qualche manifesto, tra tanti, affisso sui cartelloni della città.

Peraltro, quello che viene spacciato come una trasgressiva manifestazione artistica repressa dai cattivoni oscurantisti della censura di regime, in realtà non ha nulla né di trasgressivo né di artistico, ma è qualcosa che nel mondo dell’arte e della musica è già vecchio, già sperimentato, già ampiamente superato, al punto da potersi qualificare perfino come mero e stupido conformismo.

Risale al 2006 la provocazione del crocifisso utilizzata da Madonna per promuovere l’album e il tour “Confessions Tour”; i videoclip degli artisti pop e rock soprattutto nell’industria musicale americana degli ultimi anni utilizzano in modo perfino ossessivo raffigurazioni simboliche blasfeme e sataniche, e l’immagine di Gesù Cristo ormai è stata raffigurata (e deturpata) in tutti i modi possibili: omosessuale, squartato, decomposto, bucherellato o usato come fionda per lanciare proiettili, così come pure del crocifisso si sono fatti gli utilizzi più disparati, anche quelli meno nobili in assoluto.

Il problema, quindi, della bambola crocifissa sulla croce di Achille Lauro non è tanto la blasfemia (che pure sussiste, in termini di offesa, vista dall’ottica di chi professa la fede cristiana), ma più che altro la pochezza artistica di chi per un briciolo di notorietà si venderebbe anche l’anima, ricorrendo a provocazioni tanto scontate negli intenti, meramente speculativi, quanto vuote di qualsiasi contenuto di reale innovazione e trasgressione sul piano iconografico e musicale

Parlare di blasfemia e di censura in questo caso, oltre a risultare ridicolo e grottesco, altro non è che un bel regalo ad Achille Lauro e ai suoi agenti i quali non aspettavano altro che cavalcare l’onda di una polemica cercata e costruita a tavolino per lanciare il nuovo album in uscita in questi giorni.

Con la sua bambola transgender issata sul crocifisso, il rapper romano più che assassinare di nuovo Gesù Cristo, che già è stato assassinato tante e tante volte dopo la crocifissione di oltre duemila anni fa, ha sicuramente assassinato l’arte, la musica, il buon gusto, la decenza e anche (parecchio) la pazienza degli italiani.

Ugo Antani


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